
SATURNINO RACCONTA:
IL PROTOCOLLO DI KYOTO
Saturnino saltò con un balzo sul tavolo della biblioteca. Il suo padrone -il vecchio bibliotecario- lo guardò da sotto gli occhiali. Saturnino si sedette di fianco a un foglio e cominciò a leggere. Lesse, lesse, e si chiese come potevano gli esseri umani essere così stupidi.
Certo, lui non ci aveva mai pensato. Che l'aria potesse essere così inquinata, che un giorno la coperta che protegge la terra potesse diventare tanto sottile da ucciderla. Continuò a leggere incuriositò e scoprì che milioni di uomini erano in pericolo di vita. Certo, non fra un anno, non fra due. Ma fra cinquanta si! Cavolo, lui non ci sarebbe stato, però il pensiero lo infastidiva comunque. Migliaia di gatti come lui avrebbero patito per quello che stava succedendo.
L'uomo, come un automa, continuava il suo progresso, costruiva quelle grosse case con i comignoli enormi da cui esce fumo, nelle quali si produceva di tutto (lui un giorno ne aveva vista una da vicino e faceva un odore terribile). E tutti quei gas -il foglio li chiamava gas a effetto serra- continuavano a propagarsi e mettevano a rischio la vita dei più deboli. L'aumento della temperatura della terra, la desertificazione, il rischio di tormente dovute al riscaldamento degli oceani, le inondazioni per colpa del disgelo della calotta di ghiaccio, la morte degli alberi (che a lui piacevano particolarmente), le malattie... Saturnino spostò con la zampetta il foglio. Lo scenario era quasi apocalittico.
Come può l'uomo essere così stupido, si ripetè.
L'ultima pagina del foglio riportava una scritta, Protocollo di Kyoto. Saturnino lesse. Bene, pensò, qualcuno che pensa a una soluzione per tutto questo c'è. Poi arrivò alla fine. Australia e Stati Uniti, i maggiori produttori di questi gas, non avevano aderito al protocollo per la riduzione dei gas... I baffetti di Saturnino vibrarono di rabbia. Il vecchio bibliotecario capì e gli sorrise.
-Saturnino, l'uomo è vigliacco e persegue solo i suoi obbiettivi, che spesso non coincidono con il bene dell'umanità. Non prendertela. E' un animale sciocco, l'uomo.- disse accarezzandogli il capo.
Saturnino accolse la coccola, spostò il foglietto, e si stese sul tavolo, senza smettere di pensare a quel mondo dove i suoi eredi non avrebbero potuto scorrazzare felici.
Dopo un discreto cammino arrivammo ad un piccolo villaggio. Poche case costruite con mattoni di fango e fogliame secco, circondate da una serie di recinti. In un recinto a parte, molto grande, stava il bestiame. In un altro sembrava in corso un assemblea di anziani. Davanti l’entrata di una casa, una giovane ragazza era intenta a pestare la farina in un mortaio, mentre di fianco ai bracieri, disposti fuori le case, le anziane stavano impastando del pane di manioca che mi investì con il suo odore e ricordò al mio stomaco che non avevo ancora mangiato. Seduto su un tronco, un ragazzino che tentava di far funzionare una radio attirò la mia attenzione. Aveva gli occhi grandi e neri. Come disse Pierre? Ah. Grandi e neri come la notte. Come la notte africana. Mi avvicinai a lui, presi in mano la radio e diedi uno sguardo allo sportellino delle pile. Mancavano. Il bambino mi sorrise e mi fece cenno di seguirlo dentro una casa, dove in un angolo aveva accumulato gli oggetti più disparati, frutto del passaggio dei turisti: una lente d’ingrandimento, un’altra radio non funzionante, un pallone sgonfio. Tutti oggetti inutili, è vero, ma di cui il bambino andava fiero come di un tesoro.
Quello fu il mio primo incontro con il piccolo Momà.
Arrivò finalmente la nostra prima notte nel villaggio. Non una notte qualsiasi, ma la notte in cui si sarebbe celebrato il rito di iniziazione all’età adulta di uno dei fratelli di Momà, che per giorni era stato preparato al grande evento con una serie di prove. Momà lo guardava soddisfatto e faceva notare che tra qualche anno anche lui sarebbe stato iniziato. Quella sera, dunque, vi fu un duplice festeggiamento. Tutto il villaggio si riunì intorno al fuoco per darci il benvenuto e per festeggiare il fratello di Momà. Mangiammo e bevemmo e al calare del buio si cominciò a ballare ai suoni del tamburo, i corpi dipinti di rosso ocra, in faccia le maschere che sembravano uscite dagli incubi di un bambino. A ben pensarci, fu come se anche noi fossimo iniziati alla nuova avventura che stavamo per vivere. Alla fine andammo a dormire, stanchi ma felici, lasciandoci cullare dai suoni della natura e dai meno piacevoli ronzii di zanzare, impassibili ai potenti spray che avevo portato in gran quantità dall’Italia.
La mattina fui all’improvviso strappata dal torpore notturno da Pierre, che mi svegliò che ancora il sole non era sorto. L’aria era ancora fresca e intorno c’era quel buio che precede l’alba, quel buio in cui senti che non è più notte, ma nemmeno giorno. In cui il mondo sembra galleggiare in un limbo che non appartiene né all’uno né all’altro. «Questa non te la puoi perdere.» mi disse Pierre sottovoce cercando di svegliarmi. Lo guardai e brontolai un «Cosa non mi posso perdere?» e mi lasciai guidare ancora assonnata fino al sentiero che portava alla jeep. «Pierre, dove andiamo?» Pierre non amava dare spiegazioni, anche perché aveva ancora delle difficoltà a parlare correttamente l’italiano, perciò preferiva che fossero i fatti a spiegarsi da soli. Così faceva apparire ogni cosa più magica di quanto fosse, lasciando il silenzio ai posti giusti e al momento giusto. Quando arrivammo in fondo all’altipiano che dava sulla savana, si sedette e restò in silenzio, dicendomi solamente di guardare l’orizzonte. All’improvviso anche gli animali smisero di fare rumore. Sembrava stessimo tutti trattenendo il fiato per qualcosa. Dopo pochi minuti vidi la mia prima alba africana. Il sole cominciò lentamente a sorgere sull’orizzonte, quasi sgorgasse direttamente dalla terra: fu uno spettacolo così bello che cominciai a piangere senza riuscire a trattenermi. E mentre il sole si alzava trionfante sul mondo, gli animali che avevano trattenuto con noi il respiro cominciarono, ognuno con il proprio verso, a salutare il nuovo giorno in un tripudio di vita.
I giorni che seguirono furono un susseguirsi di albe e tramonti. Momà ci accompagnava in ogni nostra escursione nella savana e ci scortava in ogni attimo della vita quotidiana nel villaggio, cercando di insegnarmi la sua lingua, illustrandoci sapientemente le tecniche di caccia, o più semplicemente cercando di insegnarci il mancala, gioco a cui puntualmente perdevo. Quando arrivò il nostro ultimo tramonto nella savana, Momà mi chiese com’era la mia terra. Gli risposi che nella mia terra non c’erano elefanti, né leoni. Che nella mia terra, al tramonto, il sole non si tuffava nella savana su cui si stagliano i baobab. Nella mia terra tutto questo non c’era. Gli regalai il cannocchiale, da poter aggiungere alla sua collezione di oggetti. «Senza questo come farai a guardare la mia terra?» mi chiese guardandomi con i suoi grandi occhi neri. «La guarderò con il cuore. Ogni volta che vorrò, mi basterà pensare a questo viaggio e rivedrò questa terra e un piccolo bambino di nome Momà» gli dissi sorridendo, e lui pur non avendo compreso bene le mie parole sorrise, quasi le avesse lette nei miei occhi.
Quella sera io e Pierre promettemmo che l’indomani avremmo visto la nostra ultima alba africana, prima di partire. Quel giorno -il 14 settembre 1998- l’avevo aspettato con grande ansia… e ora sapevo il perché. Di fronte a quell’alba potevo finalmente capire ciò che questo viaggio mi aveva offerto. Non i complimenti del direttore, dei colleghi o dei lettori, ma una storia affascinante, un ricordo indelebile di un luogo dove ho lasciato un pezzo di me. E’ proprio vero, partire è un po’ morire. Partire è anche vivere.

Dicono che partire sia un po’ morire. Dovrebbero anche dire che partire sia un po’ vivere. Almeno questo è quello che mi ha insegnato una partenza, che fu molto più di una partenza, molto più di un viaggio, molto più di un lavoro, molto più di una scoperta. Questo mi insegnò il luogo che mi aveva permesso, per la prima volta, di sentire il cuore della terra battere piano, lentamente, inesorabilmente con il mio.
Avevo atteso quel giorno - il 14 settembre 1998 - con l’ansia con cui un bambino aspetta un premio. E finalmente era arrivato, sfidando le pagine del calendario che si staccavano una dopo l’altra, cadendo a terra come accade in quei vecchi film in bianco e nero. Era arrivato, alla fine. Perché ogni cosa prima o poi arriva. Era arrivato e io mi sentivo febbrilmente eccitata per quel lavoro che mi avrebbe aperto le porte della carriera. E che mi avrebbe portato -cosa in quel momento secondaria in realtà- in un mondo che veniva descritto come misterioso e affascinante. E a me questi due aggettivi piacevano.
Il mondo misterioso e affascinante, cominciò a perdere un po’ della sua mistica seduzione quando, una volta arrivati all’aeroporto, la prima cosa che mi diede il benvenuto fu un’ondata di sabbia e polvere che mi bloccarono il respiro, infilandosi nelle narici e nella bocca, impastandosi con la saliva. Appena recuperate facoltà respiratorie e bagagli, io e il mio collega cercammo riparo dal sole, mentre quella che sarebbe stata la nostra personale guida ci veniva incontro, mostrando dei denti bianchi come l’avorio: il nostro Virgilio o la nostra Beatrice. A quel punto non ci era dato sapere se fosse la guida di un inferno o di un paradiso. Data la sete, il caldo e la polvere che mi si attaccava addosso, optavo per l’inferno.
Il nostro Virgilio dunque (o Beatrice), si chiamava Bumba. Era un uomo alto, magro. La pelle era scura, quasi nera. Non avevo mai visto nulla di più nero. Scortati da Bumba, ci sistemammo sulla jeep che ci avrebbe portato nel cuore del Kenya, nel piccolo villaggio dove avremmo dovuto alloggiare per un mese. Iniziammo così il nostro viaggio lungo una strada sconnessa. La jeep mi sballottava da una parte all’altra e rinunciai a prendere i primi appunti sul mio taccuino. Seduto davanti a me, il mio compagno di viaggio, Pierre, sembrava invece non accorgersi neanche della strada piena di buche e continuava a pulire l’obbiettivo della sua macchina fotografica con una cura che avevo sempre considerato quasi maniacale. La puliva con una pelle di daino. Al mattino e alla sera. Ci dormiva anche insieme. E le aveva dato un nome, certo. Juliette.
Intanto la vegetazione aveva ceduto il posto alla terra arida. In lontananza si vedeva la vetta innevata del Kilimangiaro e sotto di esso l’interminabile savana. Pierre mi passò il cannocchiale e mi fece cenno di guardare: da lontano potevano scorgersi un gruppo di elefanti che si muovevano con maestosa lentezza. Trattenemmo il respiro. Eravamo finalmente arrivati nel cuore del Kenya. Poco dopo arrivammo al punto in cui potevamo lasciare la nostra jeep e proseguire il viaggio verso il villaggio a piedi. La vegetazione non era fitta, ma tutto era inebriante: i suoni, gli odori, i riflessi della luce. A quel punto l’unica cosa che riuscii a pensare fu che dovevo rettificare in fretta la mia prima impressione: il nostro Bumba-Beatrice ci stava scortando nel paradiso.
Scusate, non sono una ninfomane. E' solo che avevo promesso questa immagine ad un caro amico!!!
Solo per te, mon Nicolas!

Ecco qui le prime foto da Barcellona!!!
La piña colada era ottima...
Frank non c'è più.
Frank era un gambero, ma credetemi il migliore di tutti.
Frank ora e` nello stomaco di Sebastian.
Come molti sanno, mi sono trasferita a Barcellona. Come altri sanno, Barcellona è sul mare e cosa c'è di meglio che mangiare pesce fresco, appena pescato e versato sui banconi direttamente dalle reti dei pescatori? Nulla... e allora io e Sebastian ci rechiamo al mercato. Posati sul ghiaccio loro: belli, con le chele possenti, il guscio rosato, i gamberoni ci invitano a comprarli, nonostante il prezzo che fa impallidire all'improvviso il nostro portafoglio. Ma poco importa, ormai è deciso: pomodori, prezzemolo, cipolla... i profumi del sughetto prelibato in cui si tuffano danzanti le linguine ormai hanno inebriato e ubriacato le nostre menti.
Compriamo il pesce. Il giorno dopo, domenica: prendo dal frigorifero il sacchetto contenente il piccolo tesoro... apro e... lui è ancora vivo!!! Frankie è vivo!!! Dopo una notte in frigorifero, senza le sue chele che ha perso, lui è ancora vivo!!! Ipotizziamo modi bizzarri per salvarlo... ma alla fine dobbiamo arrenderci alla triste conclusione... Frank sta morendo, resterà nei nostri cuori (e nello stomaco di Seba...), non c'è modo per salvarlo...
Questa è la triste storia di Frankie. Il gamberone più forte del mondo (provate voi a sopravvivere vent'otto ore fuori dall'acqua, in frigo e senza chele).
Addio, Frank.

Tutto scorre. Il tempo. L'acqua nel fiume. Il vento sulle lande. La Vita. Cazzo, soprattutto quella. Scorre senza fermarsi mai, secondo dopo secondo e non fai in tempo a rincorrerla. Puoi aspirare a strapparne un pezzo e metterlo sotto naftalina, per conservarlo e farlo riaffiorare nel tempo, quando qualche ruga in piu' comincia ad affiorare. La Vita scorre. Questa e' una legge matematica. Inizia e finisce. Un cerchio che si chiude, perfetto e imperfetto al tempo stesso.
Mi mancherai. Mi mancherai tanto.
Tutto scorre. Tutto va avanti. Come un fiume in piena, verso il mare.


